Questo post mi ha fatto ricordare di una cosa importante che mi successe in analisi.
Era già tanto che ci vedevamo, con JD (iniziali di fantasia, ovviamente) e quel poveretto aveva dovuto distruggere lentamente e inesorabilmente tutte le difese che solo un patologico insensibile dottore di ricerca in filosofia poteva tenere su. Eravamo in quel bellissimo e dolorosissimo periodo dove si cominciano a usare metodi che oltrepassano la conversazione e il linguaggio, ormai inservibile.
In quei giorni mi chiedeva, tra le altre cose, di disegnare, qualcosa che non facevo - ma guarda un po’ - dall’infanzia. E cominciai a disegnare quello che mi ricordavo fosse il mio disegno preferito, da bambino, tanto da ripeterlo più volte al giorno, quasi tutti i giorni.
Sotto un cielo arrossato dal tramonto incombente, tra due morbide colline verdi, un fiumiciattolo serpeggiava lento, costeggiando una casupola tra i fiori. Dal comingnolo un po’ di fumo e uccelli in lontananza, che volano via.
A volte le colline erano più marroni che verdi, e ogni tanto un ponticello rompeva la sinuosità del fiumiciattolo. Ma era sempre lo stesso disegno, più volte al giorno, per tanti tanti giorni.
Ecco che mi ritrovai a farlo, a ventisett’anni suonati, per JD; e glielo porto, sorridendo di quel ricordo ritrovato chissà dove e come. Stavo, allora, lentamente ricostruendo tutto quello che aveva senso chiamare “Lorenzo”, e ritrovare qualcosa di me così lontano mi dava una sensazione gradevole, di cui ero assetato, in quei giorni.
JD lo prende, lo guarda, e dice una cosa sorprendentemente ovvia, la cosa che era lì, davanti a tutti, ma che nessuno mi aveva detto. Né allora, né fino a quel momento.
“E questo era quello che disegnavi? Da bambino?”
“Sì.”
“Tutti i giorni, eh?”
“Sì, più o meno è quello che ricordo. Ne facevo tantissimi.”
“Tu che ne pensi?”
“Non lo so. Mi sembra carino, quasi felice.”
“Ricordi quanti anni avevi, quando lo disegnavi?”
“Mah, sei o sette.”
“Uhm. Scusa Lorenzo, ma mi viene in mente questo: perché un bambino di sei, sette anni, con tutto quello che ha da fare e tutto quello che lo aspetta, disegna ossessivamente un mondo nel quale sta per arrivare il buio?”
Fu una mazzata terrificante. Rimasi muto per il resto della seduta, e per tutta la giornata, e per tutto il giorno seguente che passai in casa, solo, fermo e muto. Ero distrutto dalla più banale delle osservazioni, che pure mi aveva svelato quello che per vent’anni era stato lì, a disposizione mia e di chiunque avesse voluto accorgersene.
Stava per arrivare il buio, e io lo sapevo. Che cacchio potevo fare di più evidente che disegnarlo? Che disegnarlo continuamente? Cosa ci voleva, intorno a me, per accorgersi di quello che stavo disegnando?
Eppure, non lo fece nessuno. Eppure era lì, davanti a tutti.
Dopo tanti anni non me la prendo con nessuno, per carità: né scrivo questa cosa affinché tutti stiate con le orecchie dritte e pronti a cogliere un sintomo in ogni disegno, in ogni gesto e in ogni parola. Però, ecco, non ci arrendiamo al primo e unico senso che sembrano avere i fenomeni. Sentire gli altri - vestire i loro panni, parlare le loro parole - è ancora una cosa tremendamente difficile, purtroppo.