Tra le tante cose che vedo mancare in giro, e sarebbe invece necessario averne, è un po’ di capacità critica, nei confronti di sé in primo luogo, e poi di ciò che ci circonda.
Vedo invece sempre più persone - soprattutto nel loro ambito professionale - attribuire all’esterno delle proprie capacità (ai “tutti”, alle “ricerche scientifiche”, alla (supposta) “autorità”, al “pubblico”, ai “numeri”, alla “politica”) colpe e meriti che sarebbe il caso di caricarsi su di sé, con quel minimo di senso della responsabilità che basterebbe per cacciare indietro una mostruosa ignoranza.
Invece ci si giustifica nell’immediato attribuendo ad altri scelte e criteri senza discuterli; evitando così anche di inserire “questo” evento, “questa” esperienza, insieme alle altre precedenti, in modo da formare un minimo di senso comune che potrebbe aiutare, coinvolgere, far comprendere.
Macché. Tutto è spezzato in singoli episodi, singoli accadimenti, per i quali - in virtù del loro isolamento - è facilissimo inventare giustificazioni e spiegazioni. A un orizzonte più vasto, a una catena di eventi più grande, non ci si vuole arrivare più. Non fa comodo.
Mi dispiace per voi, ma io invece voglio ricordare, mettere insieme, collegare, tenere unito, interessarmi, criticare - nel senso di “cercare le condizioni di possibilità”. E lo chiamo, tiè, amore.
@1 mese fa
L’ultima parola è quell’espressione che vorrebbe chiudere una conversazione dirigendone la fine, il senso complessivo, verso le nostre ragioni. Tutte le volte che la si incontra, sia quando la vogliamo che quando parliamo con chi la vuole, l’ultima parola lascia una pessima sensazione.
Perché quello che determina l’ultima parola non è quello che si dice, ma a chi lo si dice. Più è importante per noi la persona con la quale stiamo parlando, meno è importante l’ultima parola - più è doloroso intestardirsi a volerla ottenere.
Se voglio l’ultima parola con una persona che non stimo, evidentemente il volerla sopraffare ha assunto un valore in sé, indipendentemente anche da quella persona. Sarebbe preferibile capire perché sto sprecando tanto fiato e risorse con chi non ha più di tanto la mia considerazione. Forse il problema è convincere me di qualcosa, non convincere lei.
Se voglio l’ultima parola con la persona che amo, vuol dire che mi sto difendendo a oltranza. Sarebbe utile sapere da cosa, dato che è evidente da chi. Certo che se penso di spuntare il trofeo dell’ultima parola, rischio di avercelo anche perché rimango solo.
No, perché poi magari è veramente l’ultima parola.
@3 mesi fa con 2 note
Quando avevo otto anni, ricordo.
Ricordo una scuola ancora vuota e chiusa - era troppo presto per tutti - dove arrivavo per primo e aspettavo il mio amico Marco per giocare con un canestro altissimo, lassù.
Ricordo un albero a Y dove si provava a diventare grandi afferrando con le braccia i rami e tirandosi su.
Ricordo una lunga strada, verso le due, da fare a piedi, solo, della quale mi rimane l’odore dei campi di spighe, il terrore per i calabroni, l’amore per la pioggia che aggiungeva almeno un rumore.
Ricordo le chiavi di casa da custodire bene, il pranzo freddo consumato da solo, gli amici del pomeriggio: i cartoni animati e i telefilm, con i quali parlare, immaginare, sognare le persone che non c’erano.
Ricordo le prime favolose Lego Technics, il primo Natale che ci fu uno stipendio in casa.
Ricordo una Dingo arancione per sentirmi un po’ più simile agli altri.
Oggi hai compiuto otto anni Ivan, amore mio, e non ricorderai niente del genere. Ne sono felice.
Tanti auguri meraviglia.
@6 mesi fa
Forse non ci sono giorni della nostra infanzia che abbiamo così pienamente vissuto come quelli che abbiamo creduto di lasciare senza viverli, quelli che abbiamo trascorso con un libro preferito. Di tutto ciò che, in apparenza, li riempiva per gli altri, e che noi allontanavamo come un ostacolo volgare a un piacere divino: il gioco per il quale un amico passava a prendervi sul punto più interessante, l’ape o il raggio di sole invadenti che ci costringevano ad alzare gli occhi dalla pagina o a cambiare posto, le provviste per la merenda che ci avevano fatto portare e che lasciavamo vicino a noi sulla panca, senza toccarle, mentre, sopra la nostra testa, il sole perdeva forza nel cielo blu, la cena per la quale era stato necessario rientrare e durante la quale non pensavamo che a salire per terminare, subito dopo, il capitolo interrotto; di tutto questo, di cui la lettura avrebbe dovuto impedirci di percepire altro che l’importunità, essa imprimeva al contrario in noi un ricordo talmente dolce (tanto più prezioso, secondo il nostro attuale giudizio, di quello che leggevamo allora con tanto amore), che, se ci capita ancora oggi di sfogliare questi libri di un tempo, è solo più in quanto sono gli unici calendari che abbiamo conservato dei giorni sepolti, e con la speranza di vedere riflesse sulle loro pagine le case e gli stagni che non esistono più.
(M. Proust, Sur la lecture)
@11 mesi fa
Ecchice qui, sono 40. Che cifrona, non è più manco un’età: fa quasi monumento.
Vengo dagli anni ‘70, ormai è roba da serial “cult”. Sono cresciuto durante gli ‘80, e si vede, ahimé. Ho acquisito consapevolezza durante i ‘90, e infatti ci sono rimasto fregato: subito dopo è finito il secolo. Ma come, mo’ che avevo cominciato a capirci qualcosa, me lo fate finire così? Aricomincia tutto nel duemila… ed ecchice qui.
Un regalo oggi lo faccio io, al mondo: basta carne. Ne ho mangiata abbastanza per quarant’anni, direi che posso smettere qui.
Addio trippa, simbolo viscerale dell’amore per la mia città.
Addio pani ca meusa, colpo di fulmine per una Palermo che ho nel cuore - e un pezzetto anche accanto a me.
Addio hamburger, prima o poi arriverò in America ma vi ignorerò - niente di personale, non ve la prendete.
I motivi di questa decisione, se proprio li volete sapere, sono ben riassunti qui. Ma in realtà non c’entrano neanche troppo, per quanto giusti. Ho voglia di consumare meno, diciamo così. Davvero, non ne ho bisogno, e usare quello di cui non si ha bisogno è uno spreco, tutto qui, soprattutto se questo risparmio può aiutare qualcuno.
Non voglio convincere nessuno. Non deplorerò nessuno se non prende, né prima né poi, la mia stessa decisione. Non giudicherò nessuno. E’ una decisione molto difficile da prendere, come tutte quelle che cambiano le abitudini più radicate. Vale per quello che crediamo, vale per le parole che usiamo, e vale per quello che mangiamo.
Care paste, care verdure, cari dolci: già prima dovevate stare attenti, ma da domani…
@1 anno fa
Ciao Tumblr, eccoci qui.
Come promesso, quest’anno che è finito ho scritto molto, e ho scritto più con te. Anzi, adesso qui da te, con la calma del pigro che comunque sono, c’è tutto quello che scrivo. Più o meno.
Sto facendo qualcosa, ma non so cosa. Non lo so ancora.
Di là ci sono due bambini che giocano con qualcosa di nuovo, arrivato da pochi giorni. Una grossa scatola di Lego City, quelle serie, da sette anni in su - il piccolo s’è adeguato subito.
Costruiscono. Smontano, scompongono, rimettono insieme, provano, aggiustano altrimenti, riproducono, creano, inventano. Ho comprato loro una grossa scatola trasparente nella quale lasciare tutti i pezzi non assemblati.
Di là, nello sgabuzzino, c’è un’altra scatola, e tra poco la riprenderò. E’ una vecchia scatola di scarpe, puzza di cartone vecchio in maniera tremenda. Me la porto appresso da quattro traslochi, avrà di sicuro almeno venticinque anni. Ci sono le mie Lego.
Le ho sempre conservate come tutte le poche cose che ancora ho della mia infanzia. L’accanimento e il desiderio con il quale ci giocavo non l’ho dimenticato, e non l’hanno dimenticato le mie mani, come ho potuto provare con le Lego nuove di Ivan e Andrea.
Finalmente potrò dargli le mie, e costruiranno anche con quelle. Non so cosa, non lo so ancora. Non importa.
L’importante, anche quest’anno, è costruire.
@1 anno fa
Si ha un bel dire di politica, PIL, Europa, lavoro, come fossero cose che riguardano altri. Poi scopri che la cultura televisiva nella quale sei cresciuto ti ha abituato a telepercepire la realtà, come se avvenisse costantemente in un altro luogo che non è quello nel quale assisti alla visione.
Invece lo è.
Quando per esempio non puoi aiutare la persona che ami, in un giorno di pioggia, perché tu lavori nel privato e lei nel pubblico - quindi tu per uscire all’improvviso devi sottostare ai grugniti di un capo/padrone che ha il tuo contratto in suo potere, mentre lei può gestirsi le ore di lavoro e le può recuperare - allora quelle parole hanno un senso: articolo 18, capitalismo, ed altre parole ancora.
Ma non hanno senso per lei, che aspetta arrabbiata e stanca un aiuto che non puoi darle. Ci si è abituati a telepercepire anche gli altri, nell’illusione che si possa cambiare canale e non vedere più uno spettacolo che non piace. “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore” diceva un vecchio adagio che ora è diventato un incubo.
La lotta contro l’indifferenza costa moltissimo, perché è una continua lotta contro i nostri limiti - i limiti del nostro corpo, i limiti del nostro linguaggio, i limiti della nostra esistenza. Ed è un continuo scoprire che questi limiti solo in parte sono scelti da noi come singoli; altri sono stati scelti per noi, consapevolmente o no. E mentre ci pensi, qualcuno soffre per quei limiti.
La prossima volta che saremo chiamati a decidere qualcosa insieme, sarà il caso di ricordarsene. Che siano le elezioni o che sia un bacio.
@1 anno fa
La maggior parte delle persone non parla di chimica. Un chimico è quindi di per sé considerato uno specialista - com’è giusto che sia, ovviamente - soprattutto perché pochissimi si sentono minimamente competenti da osare anche solo iniziare una conversazione riguardo un qualche argomento di chimica.
La maggior parte delle persone invece parla, e pensa, in genere. Per questo semplice motivo uno specialista del pensiero e/o del linguaggio si trova in grosse difficoltà riguardo la propria competenza: tutti parlano e pensano, e quando si prova - in quanto specialisti - a far valere la propria preparazione o a fare dei distinguo precisi sulla base dei propri studi e delle proprie esperienze nel campo, nella maggior parte dei casi si ottiene una risposta del tipo “ma io non la vedo così”, “ma io non la penso come te”, “per me è diverso”.
Un chimico non corre quasi mai il rischio di non venir creduto quando parla di ciò che ha studiato e di ciò di cui ha esperienza. Un chimico è uno specialista, ed è naturale che possa essere contraddetto solo da un suo pari.
Un filosofo, nella media considerazione delle persone, è un mezzo scemo. Quando, per esempio, un filosofo dice a qualcuno “guarda che se la pensi in questo modo ti stai contraddicendo” non vuole dire la mia opinione è che tu sia in errore ma i tuoi pensieri sono sbagliati perché stai sostenendo contemporaneamente due tesi inconciliabili - ma quello non gli crederà, perché nessuno crede che esistano delle persone competenti - nel senso di specialisti - riguardo il modo corretto di pensare.
Allo stesso modo, filosofi (e/o linguisti) non riescono a far capire alla maggior parte dei propri interlocutori, per esempio, che moltissime parole usate come sinonimi intercambiabili, in realtà non lo sono affatto. Quando si passa da una chiacchiera privata a una situazione pubblica - un post su blog, uno status di facebook, un articolo di giornale e simili - se il filosofo (e/o linguista) fa notare che un certo termine non si può usare in quel modo perché ha un preciso significato, non vuole dire che la pensa così ma che così è. Ma non verrà creduto, perché avendo la maggior parte delle persone esperienza del linguaggio (e non di chimica) si sente abbastanza competente da poter scorgere chiarezza nei propri pensieri e nel proprio linguaggio, e da giudicare che va bene così.
Quindi, amici che come me studiate da una vita i meccanismi del pensiero e/o del linguaggio, sappiate che il necessario momento di stupore che permette al vostro interlocutore di abbandonare le proprie sicurezze, per prestare la giusta attenzione a quello che gli state comunicando, non potrete mai ottenerlo direttamente grazie alla vostra competenza. Serviranno trucchi, stratagemmi, esempi, trappole, paradossi, storie, finzioni, magie, maschere, per darvi almeno il tempo sufficiente a far apparire una vostra competenza che non fa parte della sua comune esperienza.
Buona fortuna. Ne avrete bisogno.
@2 mesi fa
Non vorrei sembrare
troppo blasfemo
ma un papa Francesco
noi già ce l’avémo.
Da tempo governa
la maggica fede
benedice urbi et orbi
col santo suo piede.
Arriva mo’ questo
argentino d’idioma
se pensa da èsse
Francesco da Roma?
Mi spiace mio caro,
il pallone è rotondo,
e tu arrivi dopo:
sei Francesco secondo.
@3 mesi fa con 2 note
"Non è la prima volta che mi occupo di questo tristissimo fenomeno:"
passano come informazioni giornalistiche i risultati di una ricerca ‘scientifica’, che darebbe sostegno a luoghi comuni e stereotipi sessisti, con grande goduria dei maschioni lettori. L’importante è sempre distrarre, far pensare ad altro, e cosa è meglio di qualche stronzata sul sesso per ottenere ciò? Se poi ci riusciamo dando qualche valido sostegno scientifico alla nostra voglia di scopare quando e dove ci pare, meglio, no? Personalmente, come uomo, sono stanco e offeso dal fatto che i peggiori stereotipi del mio genere continuino a essere alimentati da un giornalismo ignorante e sessista, quasi quotidianamente.
http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2013/02/07/deconstructing-i-casalinghi/
@4 mesi fa
Nel tentativo di sfuggire ai meccanismi sociali che tentano in ogni modo di sottrarti l’unico bene che davvero, come essere vivente, possiedi e puoi decidere di spendere - il tempo - riesci solo ad avere altre attività al posto di quelle che “dovresti” fare.
Ti ci applichi con la speranza che questo tempo speso - come l’altro freneticamente, nervosamente, eccessivamente - in cose che almeno sono per te appaganti, prima o poi frutterà in beni che ti daranno altro tempo: amicizie, sentimenti, umanità che prima o poi altri raccoglieranno per farne anche loro tempo speso ad evitare l’assorbimento totale nel “lavoro”.
Nel frattempo, chi ha deciso di spendere il resto del suo tempo insieme a te - o chi è nato nel tuo tempo e cresce cominciando a comprendere quanto ancora gli manca per poter decidere del suo - non può ovviamente concedersi un ritmo troppo differente dal tuo, perché la frequenza è scandita, seppure secondo modalità diverse, comunque in maniera sostanzialmente incontrollabile e inarrestabile.
Comprendi così che il vero potere, la vera ricchezza, è diventato il poter decidere di stare fermi. Permettersi un’ozio sempre più intollerabile per l’organizzazione sociale del tempo, e addirittura - gesto rivoluzionaro come pochi - oziare insieme, per evitare la dispersione del tempo proprio in cose né proprie né comuni.
Ecco che, nella fatica di non disperdere tutto il proprio tempo, anche le domande più importanti che si vorrebbero rivolgere diventano gesti, azioni, metodi. Questi, nel loro agire - inevitabile, perché c’è sempre qualcosa da fare - nascondono le originali domande di tempo dietro sintomi, discorsi, atmosfere che non s’incastrano nel ritmo né del lavoro né dell’antilavoro.
E si perdono, inascoltate, insieme alle altre cose fatte, da fare, come se fossero cose fatte e da fare, e invece sono domande, richieste, bisogni. Si perdono, per esempio, nell’assurda crasi che mette insieme un lasso di tempo libero (inopinatamente trovato oppure ardentemente voluto) e l’angosciante domanda che si fa?
E’ così che il gesto socialmente deprecato del perdere tempo è diventato un gesto d’amore. Il modo di dimostrare che abbiamo ancora la forza di disperdere senza ricompensa una parte della ricchezza più nostra - il tempo proprio ceduto nel patto sociale; e l’unico momento nel quale compiere una piccola e personale rivoluzione, arrestando le cose da fare per sentire e ascoltare un’altra persona.
@8 mesi fa

Sì, sono un papà staccato (seguire il link qui sopra per capire che vuol dire). Per mia fortuna ho fatto il docente universitario in facoltà dove potevo tranquillamente vestirmi come mi pareva, e rimanendo nella decenza e nel rispetto dei colleghi e degli studenti, ho sempre accuratamente evitato vestiti vagamente assimilabili a “divise” o ad abiti “di rappresentanza”.
Niente pregiudizi per la giacca e la cravatta, per carità: in sessione di laurea, ai convegni, li metto tranquillamente. Vi dirò che, data la rarità dell’occasione, mi pavoneggio anche un po’.
Ma coi bambini no, non ci penso proprio. Loro sono [modalità estetologo on] il banco di prova dell’importanza del rapporto tra estetica e funzionalità [modalità estetologo off]; senza dubbio per corregli appresso, cucinare, lavarli/vestirli/colazionarli in tempo per la scuola ti devi vestire agile e lasciare perdere la compostezza, non c’è niente da fare.
Date le performance, a volte, mi stupisco di non essere in maglietta col numero e calzoncini.
Il bello è che mentre da scapolone impenitente vestivo nella classica moda dell’esistenzialista sedicente figaccione manifestamente stronzo (tutto nero + occhiale scuro “per avere più carisma e sintomatico mistero” (cit.) + argento a chili in ogni dove), adesso che ho due pupi sfrutto senza pietà il vicino mercato settimanale del pret a porter più economico della città (leggi: Porta Portese, domenica scorsa dieci euro per dieci magliette, bada!) mentre invece per loro sto lì a scegliere abbinamenti, scritte, gli pulisco le scarpe e litigo con Nicoletta sui colori che gli stanno meglio.
E’ la nemesi: da padre estetologo ma pigro, che non gli va di esprimere sempre uno stile, scarico sui figli l’esigenza d’irreprensibile apparenza. Io continuo a studiare, poi provo su di loro la teoria. Che padre sciagurato, ho i figli staccati a loro insaputa.
Devo dire che padri taccati (vestiti precisi, puliti, con la piega fatta pure alla barba) ne vedo parecchi, ma non è che li invidio. Anche perché in genere sono taccati allo stesso modo pure i figli, e allora, non so, mi pare che ci sia qualcosa di strano. Ma è un mio pregiudizio, evidentemente, e me lo tengo. Mi stanno epidermicamente antipatici (i padri taccati, eh, non i figli), ma me lo tengo per me.
Ah, poi il lavoro all’università è finito e adesso sono in una casa editrice, lavoro d’ufficio senza necessità di contatto col pubblico. Immaginatevi voi la libertà, la possibilità di staccarmi come mi pare. Vado al lavoro in bicicletta, comodo e sportivo quanto mi pare, arrivo e mi cambio mettendomi, se possibile, ancora più comodo. Non mi calo canottiera e ciabatte giusto per rispetto ai colleghi e ai corrieri che passano tutti i giorni a portare bozze e materiali - c’ho ancora ‘sta decenza, ma ammetto che non so quanto durerà.
Attendo con terrore l’età nella quale i miei figli si sceglieranno da soli i vestiti, perché so che mi attenderà una punizione tremenda: uno vestito da pariolino, uno da punkabbestia.
E me lo sarò meritato.
@1 anno fa
Questo post mi ha fatto ricordare di una cosa importante che mi successe in analisi.
Era già tanto che ci vedevamo, con JD (iniziali di fantasia, ovviamente) e quel poveretto aveva dovuto distruggere lentamente e inesorabilmente tutte le difese che solo un patologico insensibile dottore di ricerca in filosofia poteva tenere su. Eravamo in quel bellissimo e dolorosissimo periodo dove si cominciano a usare metodi che oltrepassano la conversazione e il linguaggio, ormai inservibile.
In quei giorni mi chiedeva, tra le altre cose, di disegnare, qualcosa che non facevo - ma guarda un po’ - dall’infanzia. E cominciai a disegnare quello che mi ricordavo fosse il mio disegno preferito, da bambino, tanto da ripeterlo più volte al giorno, quasi tutti i giorni.
Sotto un cielo arrossato dal tramonto incombente, tra due morbide colline verdi, un fiumiciattolo serpeggiava lento, costeggiando una casupola tra i fiori. Dal comingnolo un po’ di fumo e uccelli in lontananza, che volano via.
A volte le colline erano più marroni che verdi, e ogni tanto un ponticello rompeva la sinuosità del fiumiciattolo. Ma era sempre lo stesso disegno, più volte al giorno, per tanti tanti giorni.
Ecco che mi ritrovai a farlo, a ventisett’anni suonati, per JD; e glielo porto, sorridendo di quel ricordo ritrovato chissà dove e come. Stavo, allora, lentamente ricostruendo tutto quello che aveva senso chiamare “Lorenzo”, e ritrovare qualcosa di me così lontano mi dava una sensazione gradevole, di cui ero assetato, in quei giorni.
JD lo prende, lo guarda, e dice una cosa sorprendentemente ovvia, la cosa che era lì, davanti a tutti, ma che nessuno mi aveva detto. Né allora, né fino a quel momento.
“E questo era quello che disegnavi? Da bambino?”
“Sì.”
“Tutti i giorni, eh?”
“Sì, più o meno è quello che ricordo. Ne facevo tantissimi.”
“Tu che ne pensi?”
“Non lo so. Mi sembra carino, quasi felice.”
“Ricordi quanti anni avevi, quando lo disegnavi?”
“Mah, sei o sette.”
“Uhm. Scusa Lorenzo, ma mi viene in mente questo: perché un bambino di sei, sette anni, con tutto quello che ha da fare e tutto quello che lo aspetta, disegna ossessivamente un mondo nel quale sta per arrivare il buio?”
Fu una mazzata terrificante. Rimasi muto per il resto della seduta, e per tutta la giornata, e per tutto il giorno seguente che passai in casa, solo, fermo e muto. Ero distrutto dalla più banale delle osservazioni, che pure mi aveva svelato quello che per vent’anni era stato lì, a disposizione mia e di chiunque avesse voluto accorgersene.
Stava per arrivare il buio, e io lo sapevo. Che cacchio potevo fare di più evidente che disegnarlo? Che disegnarlo continuamente? Cosa ci voleva, intorno a me, per accorgersi di quello che stavo disegnando?
Eppure, non lo fece nessuno. Eppure era lì, davanti a tutti.
Dopo tanti anni non me la prendo con nessuno, per carità: né scrivo questa cosa affinché tutti stiate con le orecchie dritte e pronti a cogliere un sintomo in ogni disegno, in ogni gesto e in ogni parola. Però, ecco, non ci arrendiamo al primo e unico senso che sembrano avere i fenomeni. Sentire gli altri - vestire i loro panni, parlare le loro parole - è ancora una cosa tremendamente difficile, purtroppo.
@1 anno fa con 1 nota
Si chiacchierava, su questo bellissimo blog di questa meravigliosa persona, anche di quanto avere un figlio ti possa cambiare, ti possa traformare in qualche modo in un’altra persona. A volte in meglio, a volte in peggio, ma comunque ti cambia.
In questo i figli t’insegnano tantissimo facendo la cosa più ovvia: crescere. Andrea non può capire le sfumature ironiche del tuo linguaggio e non può arrivare ad rivelare tutti i tuoi sottintesi, ma ha il suo corpo e il suo tono della voce che, uniti a un piccolo e veloce dito indice, ti possono inchiodare alle tue mancanze come nessun altro.
Perché lui non puoi fregarlo raccontando una cosa per un’altra. Lui è ancora saldamente attaccato al suo corpo e le tue bugie non funzionano; e se qualcosa non gli sta bene prima di dirtelo te lo fa vivere con la sua mimica. E allora hai poco da parlare. Devi cambiare le tue abitudini. Devi toccarlo di più, devi stargli più vicino. Devi corroborare le tue parole con i tuoi gesti, o suoneranno false e saranno per lui inudibili.
Ho imparato così che non voltarsi quando ti chiede l’ennesimo capriccio funziona molto di più che accontentarlo o rimproverarlo. Ho imparato così che un bacio in fronte fa andare giù anche una colazione senza cartoni animati. Ho imparato così che un abbraccio e un sorriso durano più a lungo di cento “bravo”.
E ho imparato che funziona anche con i grandi, ma lì è più dura perché devi distruggere anni di abitudini altrui e di pregiudizi.
Questo è Andrea: tre anni e mezzo, venti chili, un metro e un soldo, un inspiegabile biondezza e tanto amore per il suo papà. Un po’ del mio durissimo compito sarà non fargli dimenticare tutte le cose che mi insegna crescendo.
@1 anno fa