Cifra tonda.

Ecchice qui, sono 40. Che cifrona, non è più manco un’età: fa quasi monumento.

Vengo dagli anni ‘70, ormai è roba da serial “cult”. Sono cresciuto durante gli ‘80, e si vede, ahimé. Ho acquisito consapevolezza durante i ‘90, e infatti ci sono rimasto fregato: subito dopo è finito il secolo. Ma come, mo’ che avevo cominciato a capirci qualcosa, me lo fate finire così? Aricomincia tutto nel duemila… ed ecchice qui.

Un regalo oggi lo faccio io, al mondo: basta carne. Ne ho mangiata abbastanza per quarant’anni, direi che posso smettere qui.

Addio trippa, simbolo viscerale dell’amore per la mia città.

Addio pani ca meusa, colpo di fulmine per una Palermo che ho nel cuore - e un pezzetto anche accanto a me.

Addio hamburger, prima o poi arriverò in America ma vi ignorerò - niente di personale, non ve la prendete.

I motivi di questa decisione, se proprio li volete sapere, sono ben riassunti qui. Ma in realtà non c’entrano neanche troppo, per quanto giusti. Ho voglia di consumare meno, diciamo così. Davvero, non ne ho bisogno, e usare quello di cui non si ha bisogno è uno spreco, tutto qui, soprattutto se questo risparmio può aiutare qualcuno.

Non voglio convincere nessuno. Non deplorerò nessuno se non prende, né prima né poi, la mia stessa decisione. Non giudicherò nessuno. E’ una decisione molto difficile da prendere, come tutte quelle che cambiano le abitudini più radicate. Vale per quello che crediamo, vale per le parole che usiamo, e vale per quello che mangiamo.

Care paste, care verdure, cari dolci: già prima dovevate stare attenti, ma da domani…

Eppure.

Questo post mi ha fatto ricordare di una cosa importante che mi successe in analisi.

Era già tanto che ci vedevamo, con JD (iniziali di fantasia, ovviamente) e quel poveretto aveva dovuto distruggere lentamente e inesorabilmente tutte le difese che solo un patologico insensibile dottore di ricerca in filosofia poteva tenere su. Eravamo in quel bellissimo e dolorosissimo periodo dove si cominciano a usare metodi che oltrepassano la conversazione e il linguaggio, ormai inservibile.

In quei giorni mi chiedeva, tra le altre cose, di disegnare, qualcosa che non facevo - ma guarda un po’ - dall’infanzia. E cominciai a disegnare quello che mi ricordavo fosse il mio disegno preferito, da bambino, tanto da ripeterlo più volte al giorno, quasi tutti i giorni.

Sotto un cielo arrossato dal tramonto incombente, tra due morbide colline verdi, un fiumiciattolo serpeggiava lento, costeggiando una casupola tra i fiori. Dal comingnolo un po’ di fumo e uccelli in lontananza, che volano via.

A volte le colline erano più marroni che verdi, e ogni tanto un ponticello rompeva la sinuosità del fiumiciattolo. Ma era sempre lo stesso disegno, più volte al giorno, per tanti tanti giorni.

Ecco che mi ritrovai a farlo, a ventisett’anni suonati, per JD; e glielo porto, sorridendo di quel ricordo ritrovato chissà dove e come. Stavo, allora, lentamente ricostruendo tutto quello che aveva senso chiamare “Lorenzo”, e ritrovare qualcosa di me così lontano mi dava una sensazione gradevole, di cui ero assetato, in quei giorni.

JD lo prende, lo guarda, e dice una cosa sorprendentemente ovvia, la cosa che era lì, davanti a tutti, ma che nessuno mi aveva detto. Né allora, né fino a quel momento.

“E questo era quello che disegnavi? Da bambino?”
“Sì.”
“Tutti i giorni, eh?”
“Sì, più o meno è quello che ricordo. Ne facevo tantissimi.”
“Tu che ne pensi?”
“Non lo so. Mi sembra carino, quasi felice.”
“Ricordi quanti anni avevi, quando lo disegnavi?”
“Mah, sei o sette.”
“Uhm. Scusa Lorenzo, ma mi viene in mente questo: perché un bambino di sei, sette anni, con tutto quello che ha da fare e tutto quello che lo aspetta, disegna ossessivamente un mondo nel quale sta per arrivare il buio?”

Fu una mazzata terrificante. Rimasi muto per il resto della seduta, e per tutta la giornata, e per tutto il giorno seguente che passai in casa, solo, fermo e muto. Ero distrutto dalla più banale delle osservazioni, che pure mi aveva svelato quello che per vent’anni era stato lì, a disposizione mia e di chiunque avesse voluto accorgersene.

Stava per arrivare il buio, e io lo sapevo. Che cacchio potevo fare di più evidente che disegnarlo? Che disegnarlo continuamente? Cosa ci voleva, intorno a me, per accorgersi di quello che stavo disegnando?

Eppure, non lo fece nessuno. Eppure era lì, davanti a tutti.

Dopo tanti anni non me la prendo con nessuno, per carità: né scrivo questa cosa affinché tutti stiate con le orecchie dritte e pronti a cogliere un sintomo in ogni disegno, in ogni gesto e in ogni parola. Però, ecco, non ci arrendiamo al primo e unico senso che sembrano avere i fenomeni. Sentire gli altri - vestire i loro panni, parlare le loro parole - è ancora una cosa tremendamente difficile, purtroppo.

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